Ogni giorno i ragazzi si trovano a vivere situazioni particolari. La crescita non è mai un fatto indolore. Ci si ritrova a non sentirsi parte della famiglia ma nemmeno della scuola: si cerca il proprio ruolo nel mondo.

È provato che un’infanzia felice con genitori presenti e non ossessivi renda l’evoluzione più facile. E poi c’è la scuola che accompagna i giovani sin dai primi passi fino a quelli un po’ più grandi verso l’esame di maturità.

Abbiamo contattato Linda De Bernardis, educatrice, per avere maggiori informazioni circa la crescita e alcune situazioni riguardanti la scuola, anche dovute a sue esperienze personali. Linda sta aprendo un nido familiare Effetto Farfalla, cioè una struttura che è sia di aiuto alle famiglie che di supporto al nido comunale. Si differenzia dall’asilo nido normale in quanto può ospitare un numero minore di bambini (massimo 8 presenti), rispetto ai 60 del nido comunale e ai 20 del micro nido.

È inserito all’interno di una casa e quindi mantiene quello che è il normale mobilio di un appartamento, per evitare il distacco da ambienti familiari, senza proiettarlo direttamente all’interno di una scuola.

Buongiorno Linda, puoi presentarti e spiegarci che cos’è la figura dell’educatore?

Sono Linda ho 31 anni e sono un’educatrice. La figura dell’educatore purtroppo è ancora troppo poco conosciuta e ancor più svalutata, eppure sarebbe di fondamentale importanza per costituire una società moderna.

Differentemente da quel che si pensa, l’educatore opera su differenti utenze, non solo quelle speciali, e su differenti età, non solo infanzia. È possibile trovarci negli ospedali, nelle scuole di ogni ordine e grado, nei centri diurni e nei centri per la terza età, siano essi riabilitativi che centri diurni e svago.

L’importanza della presenza di un educatore in tutte quelle agenzie che si occupano di istruzione, di riabilitazione, di svago risiede nel significato della parola Educazione. Essa deriva dal latino ex-ducere che vuol dire letteralmente “tirar fuori quello che è dentro”. È chiaro, quindi, quanto un educatore non sia paragonabile né a un insegnante, che si occupa di didattica, né a uno psicologo o psichiatra o tecnico della riabilitazione, che si occupano di un benessere psico-fisico in termine medico. L’educatore seppur acquisisce nel suo percorso di studio nozioni di psicologia, pedagogia, didattica, sociologia, utilizza questi concetti per instaurare un rapporto dualistico con l’utente, una relazione di “aiuto”, che consenta a quest’ultimo di accrescere la propria autonomia, indipendenza, conoscenza di sé.

Come mai hai deciso di diventare educatrice?

Sin da piccola ho sempre avuto la curiosità e la voglia di provare a “mettermi nei panni altrui”: guardavo le espressioni degli altri e cercavo di capire cosa provavano. Più crescevo e più questo sentire si trasformava in azione, ovvero volevo fare qualcosa per aiutare gli altri, iniziando dalla mia compagna di banco: mi affiancavo all’insegnante di sostegno che stava con noi. Questa donna è stata vitale per la mia crescita in quanto mi ha aiutato a combattere la mia timidezza.

Da lì la strada è stata tutta in discesa. Scegliere Scienze dell’Educazione e della Formazione è stato scegliere uno stile di vita. Gli studi fatti non mi hanno dato solo gli strumenti per poter svolgere al meglio il mio lavoro, ma mi hanno dato un nuovo modo di vivere e capire la vita e di relazionarmi agli altri. Per questo trovo di fondamentale importanza l’introduzione di un’ora di educazione nelle scuole. È la scuola che insieme alle famiglie formano il singolo e lo formano anche in relazione agli altri.

Che ne pensi dei vari sconvolgimenti inerenti la tua laurea?

Mi sono iscritta all’università nel lontano 2006, all’epoca la mia classe, L-18, era il nuovo ordinamento. Dopo il primo anno era possibile scegliere tra l’indirizzo di educatore e quello di formatore. Il primo, ci dissero, era più “sociale”, era colui che sarebbe sceso sul campo e avrebbe agito e interagito; il secondo, invece, prevedeva la possibilità di poter formare lavorando nelle aziende e nella scelta del personale.

Da allora sono succeduti vari cambiamenti, come erano accaduti anche prima, e sono subentrati nuovi ordinamenti e una riduzione di esami e un aumento dei crediti per ogni singola materia. C’è anche da aggiungere che allora non sapevamo neanche della differenza fra educatore professionale e sanitario. Il primo fa parte della Facoltà di Lettere e Filosofia, il secondo fa parte della Facoltà di Medicina.

Diciamo che c’è un gran disordine: più andiamo avanti e più diversifichiamo figure invece di completarle e aiutarle a collaborare tra loro. Cambiano ordinamenti, cambiano piani di studio, cambiano le facoltà, cambiano gli indirizzi. Se poi aggiungiamo che cambiano anche le leggi, ci rendiamo conto del caos che si genera anche all’interno delle università.

Ad oggi io mi ritengo una fortunata, la mia classe di laurea mi consente di essere un educatore professionale e posso lavorare in tutti i campi sociali e con tutte le età. Altri laureandi sono rimasti invece bloccati dall’ultima legge che ha diversificato ancor di più il nostro corso di laurea. Stanno infatti inserendo l’indirizzo nido per poter divenire educatori d’infanzia, quando precedentemente, in tutti gli ordinamenti, il nido rientrava tra gli sbocchi lavorativi. Ad oggi si potrà farlo solo scegliendo l’indirizzo nido.

Che differenza c’è fra nido e asilo/scuola materna?

L’asilo nido è un servizio che si rivolge a bambini al di sotto dei tre anni ed è competenza comunale, ovvero sono i singoli comuni che li gestiscono e assumono il personale. Molti comuni ne sono infatti privi o li danno in gestione a cooperative. La scuola materna invece è competenza statale, rientra nella scuola dell’obbligo e accoglie bambini dai tre anni ai cinque (sono previsti anche anticipatari).

Dal punto di vista lavorativo un educatore può lavorare solo all’interno del nido, ovvero con la fascia chiamata 0-3; per poter lavorare nella scuola materna occorre l’abilitazione all’insegnamento.

L’educatore del nido non ha una strada facile. Come dicevo prima, si tratta di una gestione comunale, quindi sono i comuni o le cooperative che procedono, quando lo fanno realmente, con bandi di concorso per l’assunzione di personale. Aggiungiamo poi che i titoli di accesso sono stati spesso variati: dobbiamo considerare infatti che fino a poco tempo fa non esisteva una legge in merito.

Chiunque poteva lavorare al nido, purché avesse la passione per i bambini. Ad oggi sembra che questa sia l’unica competenza che serva! Poi ci stupiamo davanti a certe notizie!

Pensi che dovrebbero esserci più educatori all’interno della scuola?

Andrebbe cambiata proprio l’ottica, basti pensare che sono i primi anni di vita a formare una persona, non è solo didattica e cultura. Una persona non è fatta da quel che sa, è principalmente ciò che è. Sono molto agguerrita su questo tema! Una società, uno stato che non presta attenzione alla cura, all’attenzione e alla supervisione del mondo dell’infanzia darà vita a una società arida e priva di individualità.

Io, personalmente, ripongo fiducia nella riforma della Buona Scuola, nell’inserimento finalmente della fascia 0-6, nel controllo e nel finanziamento dello Stato anche per l’infanzia.

Questo consentirebbe un maggiore controllo dello Stato sulla fascia 0-3, bandi di concorso per personale realmente qualificate. Ciò sarebbe un aiuto per le famiglie con bambini piccoli che rientrerebbero nella scuola dell’obbligo: così non serviranno più bonus bebè o incentivi per pagarsi nidi privati o baby sitter. Forse non dovrei proprio dire queste cose...ora che sto aprendo un nido privato! Probabilmente così mi dò la zappa sui piedi!

Che ne pensi dell’homeschooling?

Molte famiglie in Italia scelgono l’educazione parentale, l’homeschooling, proprio per una sfiducia nel sistema scolastico odierno. E io non mi sento di dissentire su tale scelta e sulla motivazione. Non si può fare di tutta l’erba un fascio, è vero, ma ad oggi la scuola non funziona come dovrebbe, così lo Stato e gli insegnanti.

Insomma, molte cose non vanno e lamentarsi non porta a nulla: io apprezzo molto chi agisce. In questo caso, un genitore che si organizza per poter dare un’istruzione e un’educazione consona per il proprio figlio è un modo di agire e contrapporsi al degrado che ci circonda. È una denuncia silenziosa che qualcosa non funziona.

Non mi sento però neanche di appoggiare una scelta di tal genere perché se da un lato il genitore sceglie l’istruzione da dare, la didattica e il tipo di educazione, dall’altro toglie una gran fetta di "educazione" e esperienza che solo a scuola potrebbe avere.

Mi spiego meglio: il contatto con i pari, il confronto, il rispetto delle regole, il rispetto per l’insegnante, guardare, imparare e rapportarsi a un’altra figura di riferimento... Una grande fetta di bagaglio che porta a formare un individuo.
Si rischia di crescere bambini isolati ed emarginati dalla società. Parlo un po’ per esperienza avendo fatto la primina: subentrare in seconda elementare quando il gruppo classe era già formato fu un vero problema che mi portai per anni.

Come pensi sia il caso di stimolare i ragazzi all’interno delle scuole?

Beh, come dicevo prima, io sostengo l’esigenza di un’ora di educazione all’interno delle scuole di ogni ordine e grado. Cosa bisognerebbe fare in quell’ora? Parlare, parlare e parlare: un’ora di dialogo in cui affrontare tematiche di cultura generale, di attualità ma anche di problematiche di classe e del singolo. Un’ora in cui rafforzare, incoraggiare e stimolare il singolo e il gruppo classe.

La struttura scolastica e i programmi sono sempre più incalzanti e i docenti non hanno più tempo di curare il singolo, devono tramandare didattica per stare al passo con il Ministero e con gli esami di valutazione. L’educatore nelle scuole potrebbe essere un anello mancante, un ponte, un punto di riferimento.

Ricordiamoci che un educatore non insegna, non dona soluzioni a problematiche, non direziona i dialoghi... lui li provoca e ne segue la regia senza intervenire con soluzioni. Io mi auspico un futuro dove la scuola possa tornare ad essere un’agenzia educativa e formativa di appoggio alle famiglie, un luogo dove il bambino può crescere divenendo l’adulto consapevole di domani. Utopia? Io ci spero ancora.